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AGGIORNAMENTO IN MATERIA DI MISURE ANTI-CORONAVIRUS E DEPENALIZZAZIONE

Durante l’emergenza sanitaria, creata dalla capillare diffusione su tutto il territorio nazionale dell’ormai noto virus Covid-19, abbiamo assistito ad un continuo cambiamento del quadro normativo, che ha contribuito a generare nella popolazione un comprensibile stato confusionale, anche dal punto di vista sanzionatorio.

Nei giorni scorsi, infatti, è stato emanato il D.L. 25 marzo 2020 n. 19, entrato in vigore il 26 marzo 2020, il cui art. 4 dispone che: “Salvo che il fatto costituisca reato, il mancato rispetto delle misure di contenimento (omissis) e’ punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 400,00 a euro 3.000 e non si applicano le sanzioni contravvenzionali previste dall’articolo 650 del codice penale (omissis). Se il mancato rispetto delle predette misure avviene mediante l’utilizzo di un veicolo le sanzioni sono aumentate fino a un terzo.”.

Il citato art. 4 sembrerebbe introdurre una vera e propria depenalizzazione delle condotte che precedentemente venivano ritenute penalmente rilevanti dalla normativa previgente in materia di misure di contenimento del coronavirus.

In particolare, infatti, il legislatore ha sostituito la sanzione penale dell’arresto fino a tre mesi o dell’ammenda fino a Euro 206,00 di cui all’art. 650 c.p. per i trasgressori delle misure di contenimento, con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 400,00 ad euro 3.000,00. Probabilmente, a parere degli scriventi, il legislatore ha ritenuto la sanzione amministrativa più incisiva rispetto a quella penale nei confronti dei cittadini in termini di efficacia e deterrenza.

È bene, inoltre, ricordare che, l’art. 4 c. 8 del citato decreto legge, per le circa 100.000 violazioni delle disposizioni in materia di contenimento del coronavirus, commesse anteriormente all’entrata in vigore del predetto decreto legge, ha disposto l’applicazione della predetta sanzione amministrativa nella misura minima, ridotta alla metà, pari ad euro 200,00.

Da ultimo, occorre, rammentare invece che l’art. 4 c. 6 del citato decreto legge stabilisce che, salva l’ipotesi in cui risulti configurabile il più grave reato di epidemia colposa di cui all’art. 452 c.p., la violazione della misura del divieto assoluto di allontanamento dalla propria abitazione e/o dimora per chi sia sottoposto a quarantena (in quanto positivo al coronavirus) è punita ai sensi dell’art. 260 R.D. 1265/1934 (Testo Unico Leggi Sanitarie), le cui sanzioni vengono aggiornate dal successivo c. 7 del medesimo art. 4 con l’arresto da tre a diciotto mesi e con l’ammenda da 500,00 a 5.000,00 euro.

È bene rammentare, però, che la previgente normativa sulle misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 richiamava espressamente l’art. 650 c.p., “salvo che il fatto non costituisse più grave reato”.

A parere degli scriventi, pertanto, risulta evidente l’intento del legislatore di procedere ad una progressiva depenalizzazione delle condotte che precedentemente venivano punite ai sensi dell’art. 650 c.p.

In realtà, però, dal punto di vista interpretativo, il richiamo espresso all’art. 260 del Testo Unico delle Leggi Sanitarie (TULS), che punisce “chiunque non osserva un ordine legalmente dato per impedire l’invasione o la diffusione di una malattia infettiva” con pene più severe rispetto a quelle previste dall’art. 650 c.p, potrebbe comportare alcune difficoltà. A prima vista, infatti, l’art. 260 TULS sembrerebbe applicabile a tutte le violazioni in materia di normativa anti-coronavirus e non solo in caso di violazione della quarantena da parte del soggetto positivo. In tal caso, se così fosse, tuttavia, l’intento di depenalizzazione del legislatore verrebbe vanificato.

In conclusione, certi che l’intento del legislatore sia sicuramente quello di depenalizzare le condotte penalmente sanzionate in precedenza, è evidente che in sede di conversione del decreto il Legislatore dovrà definire in maniera più chiara l’ambito applicativo dell’intervenuta depenalizzazione.

Per maggiori informazioni potrete contattare lo studio legale, inviare una email all’indirizzo: avv.surace@gmail.com oppure compilare il sottostante form.

MISURE URGENTI IN MATERIA DI CORONAVIRUS E DIRITTO DI VISITA IN CASO DI SEPARAZIONE E DIVORZIO

Come già anticipato nel nostro articolo “Misure urgenti in materia di coronavirus e conseguenze penali in caso di inottemperanza”, il D.P.C.M. 9 marzo 2020 ha esteso all’intero territorio nazionale le disposizioni normative già previste per le “zone rosse” italiane dal D.P.C.M. 8 marzo 2020, il quale prevedeva che gli spostamenti delle persone fisiche all’interno di tutto il territorio nazionale non fossero consentiti se non per:

– comprovate esigenze lavorative,

– situazioni di necessità;

– motivi di salute;

– necessità di rientrare presso il proprio domicilio, abitazione o residenza.

Successivamente, dopo pochi giorni, il quadro normativo è mutato nuovamente, contribuendo a generare nella popolazione un comprensibile stato confusionale.

In particolare, con il D.P.C.M. 22 marzo 2020, i limiti alla libertà di movimento per la popolazione si sono fatti ancor più stringenti, introducendo il divieto assoluto per tutte le persone fisiche “di trasferirsi o spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, in un comune diverso rispetto a quello in cui attualmente si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute”.

Tutto ciò premesso, in questi lunghi giorni di quarantena il nostro Studio continua a ricevere moltissime telefonate e richieste di chiarimenti in ordine alla possibilità di esercitare il diritto di visita da parte dei genitori non collocatari dei minori, in caso di separazione e/o divorzio.

Sul punto, sul sito istituzionale del Governo all’indirizzo http://www.governo.it/it/faq-iorestoacasa, è stato chiarito che “gli spostamenti per raggiungere i figli minorenni presso l’altro genitore o comunque presso l’affidatario, oppure per condurli presso di sé, sono consentiti, in ogni caso secondo le modalità previste dal giudice con i provvedimenti di separazione o divorzio”.

È necessario, altresì, rammentare che i provvedimenti emanati dall’Autorità Giudiziaria in caso di separazione e/o divorzio devono necessariamente essere osservati per non incorrere nella violazione dell’art. 388, c. 2, c.p., che punisce con la reclusione fino a tre anni o la multa da Euro 103,00 a 1.032,00 chiunque eluda un provvedimento giudiziario che concerna l’affidamento dei figli. Qualora sia necessario modificare con urgenza un provvedimento di separazione e/o divorzio, si potrà comunque adire il Tribunale competente con un ricorso ex art. 709 ter c.p.c., per non trasgredire quanto disposto dal citato art. 388, c. 2 c.p.

E’ bene considerare, inoltre, che recentemente il Tribunale di Milano ha ordinato che fossero osservate le condizioni di separazione concordate dai coniugi in materia di diritto di visita e affidamento dei minori, contenute nel verbale di separazione ritenendo che: “anche le FAQ diramate dalla Presidenza del CDM in data 10.3.2020 indicano al punto 13 che gli spostamenti per raggiungere i figli minori presso l’altro genitore o presso l’affidatario sono sempre consentiti, in ogni caso secondo le modalità previste dal giudice con i provvedimenti di separazione e divorzio “(decreto del Tribunale di Milano del 11/03/2020).

Occorre però ribadire, come già anticipato, che il quadro normativo oggi vigente, in seguito alla entrata in vigore del D.P.C.M. 22 marzo 2020, ha vietato tutti gli spostamenti delle persone fisiche al di fuori del Comune in cui si trovino effettivamente. Ciò detto, non si porrebbe alcun problema per l’esercizio del diritto di visita per un genitore non collocatario che risieda nello stesso Comune rispetto a quello in cui abitano i propri figli, unitamente al coniuge separato e/o all’ex coniuge. Diversamente, invece, dal tenore letterale dell’ultimo D.P.C.M., sembrerebbe che il coniuge non affidatario, che risieda in un Comune diverso rispetto a quello in cui abitino i propri figli, non possa uscire dal proprio Comune, nemmeno per esercitare il diritto di visita. Il nuovo D.P.C.M., infatti, ha introdotto il divieto “di trasferirsi o spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, in un comune diverso rispetto a quello in cui attualmente si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute” ed ha eliminato, tra le cause giustificatrici, le “situazioni di necessità” sostituendole con le situazioni di “assoluta urgenza“. Occorre quindi stabilire se il diritto di visita rappresenti una situazione di “assoluta urgenza” tale da giustificare lo spostamento al di fuori del Comune di residenza. Sul punto, stante la genericità del nostro legislatore, non si può dare, attualmente, dare una risposta univoca sul punto. E’ innegabile, comunque, che il diritto di visita rientra tra le esigenze di salute dei minori, che potrebbero essere turbati da una prolungata assenza di uno dei due genitori, e ciò soprattutto in un periodo particolarmente difficile e stressante come quello attuale. A ciò si aggiunga che garantire il diritto di visita del genitore non collocatario residente nel medesimo Comune dei figli ed impedire l’esercizio di tale diritto per il genitore residente altrove rappresenterebbe una misura assolutamente paradossale, ingiusta e discriminatoria e violerebbe, a nostro avviso, il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione. Appare evidente e doveroso, pertanto, che il Governo, data l’importanza e la delicatezza della materia, nonché il vasto numero di soggetti coinvolti, intervenga con la massima urgenza per chiarire le modalità di esercizio del diritto di visita, colmando così una gravissima lacuna in cui sembra essere incappato.

In conclusione, vista la grave emergenza sanitaria che ha colpito il nostro Paese, riteniamo che il diritto di visita del genitore non collocatario debba essere assicurato, purché sia garantito altresì il diritto alla salute dei minori. Qualora vi sia anche un minimo rischio di contagio, sarebbe opportuno che il genitore non collocatario avesse esclusivamente costanti rapporti telefonici o via skype con il minore per non pregiudicare la sua salute ed esporlo a rischi concreti di contagio. La propagazione di questo “nemico invisibile”, dipende esclusivamente dalla nostra condotta, dal momento che, secondo le statistiche ad oggi disponibili, sembrerebbe che ogni persona positiva al coronavirus contagia, a sua volta, almeno altre due persone. È evidente che anche i coniugi separati e/o divorziati più litigiosi, in un momento così delicato, dovrebbero superare le proprie divergenze, almeno temporaneamente, adottando una condotta responsabile nell’interesse esclusivo dei propri figli. In questi casi il buon senso, prima ancora del diritto, dovrebbe portare alla sospensione temporanea (concordata fra i genitori) del diritto di visita tra il genitore non collocatario e figli ed a favorire quantomeno costanti contatti telefonici. Per maggiori informazioni potrete contattare lo studio legale, inviare una email all’indirizzo: avv.surace@gmail.com oppure compilare il sottostante form.

MISURE URGENTI IN MATERIA DI CORONAVIRUS E CONSEGUENZE PENALI IN CASO DI INOTTEMPERANZA

Come è noto, in seguito alla grave epidemia da coronavirus che si è diffusa nel nostro Paese, il Presidente del Consiglio ha dapprima esteso le disposizioni vigenti per le cosiddette “zone rosse” a tutto il territorio nazionale, per poi emanare ulteriori disposizioni più restrittive.

La regola generale da rispettare è quella di “stare a casa” almeno dal 10 marzo fino al 3 aprile, salvo proroghe successive, che purtroppo a nostro avviso saranno necessarie viste le ripetute violazioni della normativa da parte dei cittadini. Anche gli scriventi difensori ribadiscono che l’invito a stare a casa è necessario per ridurre ai minimi termini la diffusione del contagio, dal momento che le terapie intensive dei nostri ospedali sono quasi tutte sature.

In particolare, il D.P.C.M. 9 marzo 2020 ha previsto che gli spostamenti delle persone fisiche all’interno di tutto il territorio nazionale non fossero consentiti se non per:

– comprovate esigenze lavorative,

– situazioni di necessità;

– motivi di salute;

– necessità di rientrare presso il proprio domicilio, abitazione o residenza.

Successivamente, dopo pochi giorni, il quadro normativo è mutato nuovamente, contribuendo a generare nella popolazione un comprensibile stato confusionale. Infatti, con il D.P.C.M. 22 marzo 2020 è stato introdotto il divieto assoluto per tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, in un comune diverso rispetto a quello in cui attualmente si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute”. Pertanto, conseguentemente, non è più consentito nemmeno “il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza”. Inoltre, in ogni caso, ogni spostamento deve essere giustificato dalle predette esigenze e certificato tramite l’apposito modello di autodichiarazione disponibile sul sito istituzionale del Ministero dell’Interno all’indirizzo: www.interno.gov.it/speciali/coronavirus.

Si consideri, altresì, che l’art. 4 c. 2 del D.P.C.M. del 9 marzo 2020 prevede che in caso di inosservanza delle disposizioni urgenti dettate in materia di coronavirus e, salvo che il fatto costituisca più grave reato, si applichi ai trasgressori l’art. 650 c.p. che dispone: “chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d’ordine pubblico o d’igiene, è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a Euro 206,00”.

Nei giorni scorsi dai mass media è stata diffusa la notizia, che, soprattutto in Regione Lombardia, moltissimi cittadini sono stati denunciati per aver violato l’art. 650 c.p., ovverosia per aver lasciato il proprio domicilio senza aver giustificato dinanzi agli agenti accertatori una comprovata necessità di allontanamento temporaneo dalla propria abitazione e per aver violato l’art. 495 c.p., vale a dire per aver reso false informazioni agli operanti.

Per quanto concerne il reato di cui all’art. 650 c.p. è bene precisare che trattasi un reato contravvenzionale che prevede come pena alternativa alla pena pecuniaria l’arresto, che non deve essere confuso con una mera sanzione amministrativa (come quelle previste dal codice della strada). Pertanto, è opportuno che l’indagato nomini, se non direttamente dinanzi agli agenti accertatori, un difensore di fiducia al più presto, in modo che possa essere assistito nel conseguente procedimento penale o che prenda contatti con il difensore di ufficio che verrà nominato qualora non si avvalga della predetta facoltà di nominare un difensore di fiducia. Il difensore valuterà con il proprio assistito la migliore strategia da adottare nel caso concreto, che potrebbe comprendere il deposito di scritti difensivi e/o la richiesta di oblazione, ex art. 162 bis c.p. (che costituisce una causa di estinzione del reato che prevede il pagamento della metà del massimo dell’ammenda per i reati contravvenzionali puniti alternativamente con pena pecuniaria o detentiva).

Quanto, invece, al reato di cui all’art. 495 c.p., si precisa che nei giorni scorsi molti cittadini, secondo quanto dichiarato dai mass media, avrebbero comunicato agli agenti incaricati di effettuare i controlli sul territorio di doversi spostare per motivi di salute, per esigenze lavorative o per altre necessità, quando invece queste condizioni non sussistevano. Costoro, pertanto, sono stati denunciati per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale, ex art. 495 c.p., che è punito con la reclusione da uno a sei anni. E’ necessario segnalare che è lo stesso dichiarante che con la sottoscrizione della autocertificazione fornita dal Ministero dell’Interno attesta di essere “consapevole delle conseguenze penali previste in caso di dichiarazioni mendaci a pubblico ufficiale ex art. 495 c.p.”. Anche in tal caso, è opportuno che l’indagato nomini, se non direttamente dinanzi agli agenti accertatori, un difensore di fiducia al più presto o che prenda contatti con il difensore di ufficio.

Da ultimo, occorre rilevare che la violazione delle disposizioni previste dal D.P.C.M. potrebbe altresì configurare i più gravi reati di:

– resistenza a pubblico ufficiale, ex art. 337 c.p., che prevede la reclusione da 6 mesi a 5 anni;

– delitti colposi contro la salute pubblica (epidemia), ex artt. 438 e 452 c.p., che prevedono tre ipotesi di responsabilità graduate in base alla condotta e ai relativi effetti.

Per maggiori informazioni potrete contattare lo studio legale, inviare una email all’indirizzo: avv.surace@gmail.com oppure compilare il sottostante form.

L’ATTIVITÀ DELLO STUDIO LEGALE SURACE DURANTE L’EMERGENZA DA CORONAVIRUS

Lo Studio Legale Surace informa i propri assistiti che, a causa dell’emergenza da Coronavirus, tutti gli appuntamenti presso lo studio sono momentaneamente sospesi.

Tuttavia, anche durante questo periodo, sarà garantita ai propri assistiti tutta la tutela ed assistenza legale necessaria.

Tutti gli Avvocati dello studio (Avv. Surace, Avv. Barsi, Avv. Airoldi e Avv. Tornaghi) continueranno a prestare la loro attività in smart working e saranno contattabili telefonicamente ai seguenti numeri: 02/21068361 e 338/1528346.

Si potranno concordare appuntamenti da svolgersi tramite video chiamata, contattando previamente i numeri telefonici sopra riportati.

Per l’invio di documentazione, si potrà utilizzare la mail, avv.surace@gmail.com, oppure whatsapp, 338/1528346.

Si fa inoltre presente che tutte le udienze fissate nel periodo 9 marzo 2020 – 15 aprile 2020 sono rinviate, fatte salve poche eccezioni normativamente previste. Nel predetto periodo sono altresì sospesi tutti i termini processuali.

Ringraziamo tutti per la cortese collaborazione, con l’augurio e la speranza che questa situazione di grande sofferenza e di emergenza possa terminare il più presto possibile.                                                                                                     

                                                                                                  Avv. Carlo Nazzareno Surace